‘A pusteggia nella tradizione napoletana

'A pusteggia
‘A pusteggia

‘A pusteggia «è anche un sentimento» (Artieri).

«La canzone è fatta di tre elementi: un mandolino, una chitarra, una voce… Non un tenore, o un baritono. Una voce. Un uomo che possa cantare con la stessa naturalezza con la quale respira o parla. Una voce, magari, senza portata. Una voce, forse, rauca. Ma la voce d’un uomo che “sente”; una voce persuasa e persuasiva. Una chitarra e un mandolino che seguono e commentano, senza particolare bravura. Il posteggiatore viene vicino e canta, un po’ curvo, quasi sottovoce…» (Alberto Consiglio).

‘A pusteggia, nel genere femminile, designa l’idea del complesso musicale che è possibile incontrare per strada o nei ristoranti napoletani. Nei vocabolari dialettali napoletani ecco cosa si trova consultando la voce “pusteggiatore”: «chi custodisce le macchine in sosta; suonatore ambulante». In effetti il termine cambia a seconda del genere; al maschile, infatti, “o pusteggio” indica il luogo dove parcheggiare la macchina. Il termine “pusteggia”, d’altronde, individua il luogo occupato da chi svolga un’attività rivolta al pubblico ma, proprio per questo, per il suo essere riduttivo, è stato per lungo tempo rifiutato da cantanti e suonatori, ovvero gente d’arte.

Così lo storico Sebastiano di Massa definisce la “posteggia”: «è l’erede degli antichi gruppi di cantori girovaghi che portavano dalla Corte e dal Castello i canti al popolo dei borghi e delle campagne e, viceversa, i canti del popolo alla Città e alla Corte. In virtù dell’attività dei cantori girovaghi trovava attuazione il moto ascendente e discendente del canto popolare e del canto aulico».

Un "pusteggiatore"
Un “pusteggiatore”

A quando risale, quindi, questo antico mestiere? Con molta probabilità, dunque, al Medioevo, epoca per eccellenza di trovatori e menestrelli. Sembra che nel 1221, l’allora re Federico II fu costretto ad emanare un’ordinanza proprio per contenere e per limitare canti e suoni molto diffusi in quel periodo nella città partenopea. Un secolo più tardi, durante un soggiorno a Napoli, Giovanni Boccaccio testimoniava ancora la presenza di canti di strada: «…qui i marini liti et i graziosi giardini…d’infiniti stromenti, d’amorose canzoni, così da giovani come da donne fatte sonate e cante, risuonano».

Risalgono al Quattrocento, invece, i versi celebrativi della cruenta morte dell’odiato ser Gianni Caracciolo, amante della regina Giovanna II, ucciso in un agguato e così ricordato in quella che Benedetto Croce definì la prima canzone politica composta a Napoli: «Muorto è lu purpo e sta sotto la preta; muorto è ser Gianni figlio de poeta…».

Un’altra canzone politica del XV secolo è quella che risale precisamente al 1442, dedicata con grande probabilità alla consorte del re Renato d’Angiò, la regina Isabella di Lorena, costretta ad abbandonare il Regno conquistato da Alfonso d’Aragona: «Nun me chiammate cchiù donna Sabella, chiammateme Sabella sventurata, aggio perduto trentasei castella, la Puglia bella e la Basilicata…».

Gli strumenti suonati a cavallo tra il XV ed il XVI secolo da questi musicisti erranti, erano per lo più il “calascione”, la “tiorba a taccone” e la “cetola” accompagnati, ovviamente, dalla voce del cantore del gruppo che si esibiva, oltre che nelle strade, soprattutto nelle taverne brulicanti di clienti (soldati, mercanti, studenti, perditempo) ai quali chiedere qualche moneta o persino del cibo o del vino.

'E pusteggiature
‘E pusteggiature

Se nel Cinquecento, nell’ambito della “pusteggia”, si diffusero le “villanelle” ovvero composizioni musicali nate a Napoli, con testo di poesia in lingua napoletana ed eseguite a più voci, nel corso del Seicento queste persero di importanza e i suonatori tornarono a ripopolare le taverne, abbandonando strade e quartieri. Solo a Napoli di taverne in quel secolo se ne contavano 112 anche se due erano le più note: la taverna del Cerriglio (che si trovava nell’area di Rua Catalana) e quella del Crispano (nell’area degli “Incarnati”). Proprio nel corso del Seicento, secolo caratterizzato da importanti comflitti sociali (si pensi alla rivolta di Masaniello), dalla crisi delle villanelle, da un’eruzione del Vesuvio e da un’epidemia di peste, stava per germogliare quella che un giorno sarebbe diventata la “canzone napoletana”.

Il secolo dei Lumi è il secolo dei danzatori di tarantella con tamburi a mano ed altri strumenti a corda e a fiato. Nel quartiere di Santa Lucia i “tarantellari” erano spesso protagonisti di balli dove la musica, ritmata e frenetica, accompagnava un canto che narrava storie a volte serie, a volte divertenti. Tra gli strumenti impiegati in queste danze dell’ultimo Settecento, va ricordato in primis il tamburo meglio noto come “tammurro” o “tammorra” costituito da un cerchio in legno (con delle nicchie che ospitano sonagli di latta detti in dialetto ” ‘e cicere” ovvero cembali) sul quale, oggi come allora, è tesa la pelle su cui batte la mano del suonatore. Questo strumento dà il nome ad una tradizionale danza campana del quale è indiscusso protagonista: la “tammurriata”.

Tamburelli
Tamburelli

Vanno poi ricordate le “castagnette” (o nacchere) costituite da due pezzi concavi di legno, uniti da una cordicella nella parte superiore grazie alla quale il suonatore tiene in mano lo strumento che suona facendo battere i suddetti due pezzi in legno.

Castagnette
Castagnette

 

Infine, vanno ricordati anche questi strumenti: il flauto (detto “sisco”); il doppio flauto (a due canne, una con quattro buchi, l’altra con tre) e la chitarra battente (questa ha una cassa più alta della chitarra tradizionale ed il fondo incavato).

Nell’Ottocento la canzone napoletana divenne un fenomeno di massa e dal canto popolare si giunse alla canzone d’autore grazie anche a Salvatore Di Giacomo e a Ferdinando Russo. Con il XIX secolo, la canzone tocca il vertice del successo e si arriva anche ad una svolta per quel che riguarda l’uso degli strumenti da parte dei posteggiatori; si diffusero: chitarre, mandolini e violini seguiti poco dopo anche dalla fisarmonica. Tuttavia, è sempre lo stile e l’abilità dei cantanti a stupire il pubblico con voci modulate e ricche di sfumature.

Con l’Ottocento si assiste ad una graduale scissione della grande canzone dall’autentico canto popolare. La prima interpreta ora i sentimenti, i drammi e le allegrie della gente di città. Era possibile incontrare ” ‘e pusteggiature” in occasione di serenate dove spesso a cantare sotto i balconi delle giovani donne amate erano proprio i loro innamorati oppure cantanti professionisti da loro ingaggiati; in occasione di battesimi, fidanzamenti, matrimoni ed infine davanti i grandi alberghi di S. Lucia o fra i tavoli di osterie e trattorie a Posillipo, al Corso o a Mergellina.

I posteggiatori, dopo essere stati protagonisti dell’epoca digiacomiana e di quella immediatamente successiva, vale a dire quella in cui fiorì la “canzone d’arte”, cedettero il posto agli interpreti lirici, “divi “del teatro che portarono la canzone napoletana ad altissimi livelli interpretativi ispirandosi nello stile e nei gesti proprio agli antichi cantori girovaghi.

Ai posteggiatori si deve anche la nascita del “Caffè concerto” un genere di spettacolo che si diffuse in tutta la città a macchia d’olio riscontrando tra il pubblico un notevole successo. Accanto a questo genere, poco dopo, si affiancò il Varietà (dimensione teatrale dedicata al balletto ed alle canzoni). Furono aperte gelaterie, birrerie, spazi con tavolini e con pedane per concerti all’aperto. Gli strumenti musicali impiegati nella posteggia di questo periodo storico furono: chitarre, violino, mandolino, mandola, contrabbasso, flauto ed organetto. L’elenco dei Caffè dove i posteggiatori si esibivano è lungo. Tra tutti ricordiamo in Piazza del Plebiscito il “Caffè Turco” e, naturalmente, il “Grambrinus”.

Gran Caffè Gambrinus
Gran Caffè Gambrinus

Siamo a fine Ottocento e in città si sente ovunque intonare canzoni come “Funiculì-funiculà” scritta dal giornalista Peppino Turco e dal maestro Luigi Denza in occasione dell’inaugurazione della funicolare del Vesuvio del 1880 e “Torna a Surriento” che molti ritengono sia stata scritta dai fratelli De Curtis per indurre l’allora primo ministro Zanardelli a non dimenticare i problemi della costiera sorrentina. Accanto a queste nuove canzoni ormai divenute parte del patrimonio culturale napoletano, resistevano anche i canti dell’antica tradizione (“Michelemmà”; “Cicerenella”; “Canzone marenara”). Era possibile incontrare i posteggiatori anche nei ristoranti alla moda come “Paudice”, “Starita”, “Rosiello”.

Nel XX secolo, fino agli anni Trenta, fiorì una nuova schiera di poeti e di musicisti che andò ad arricchire la tradizione della “pusteggia”.  Tra la fine dell’Ottocento ed i primissimi anni del Novecento, si erano verificati due eventi che avrebbero interessato direttamente ed indirettamente i posteggiatori. Il primo, nel 1890, fu l’inaugurazione della Galleria Umberto I che permise a numerosi di questi artisti di strada di farsi ammirare dai corrispondenti dei giornali stranieri. La fama dei posteggiatori si diffuse in tutta Europa e, per quanto molto dovessero a questi cantanti i grandi autori della canzone, solo due cantanti lirici mostrarono per loro considerazione e riconoscimento: Enrico Caruso e Beniamino Gigli.

Il secondo evento fu quello decisivo per la vita dei posteggiatori: l’arrivo della casa musicale tedesca “Polyphon” la quale, sebbene inizialmente scritturò i maggiori poeti e musicisti napoletani concedendo loro uno stipendio fisso, nel 1912 introdusse i grammofoni che segnarono l’avvio del lento declino delle orchestrine dei posteggiatori e, dunque, della “pusteggia”.

Nuove figure di cantanti girovaghi improvvisati, senza alcuna preparazione, si diffusero solo nel primo dopoguerra quando l’esigenza di trovare un lavoro divenne la necessità primaria per la popolazione napoletana. Si trattò, però, di una breve parabola discendente. Già negli anni Cinquanta del secolo scorso, infatti, questi neo-posteggiatori scomparvero del tutto.

Qual è la situazione attuale? Pochi posteggiatori girano ancora per Napoli, il loro numero e il loro stile non è affatto paragonabile a quello dei “professori” di concertino che, con la loro attività, avevano caratterizzato la “pusteggia” dell’Ottocento.

La "pusteggia" ai giorni nostri
La “pusteggia” ai giorni nostri

Ciononostante, anche se a distanza di due secoli dall’epoca d’oro della “pusteggia”, incontrare oggi nei ristoranti dei posteggiatori “armati” di chitarra, mandolino e voce e sentirli intonare con grande passione i “classici” della canzone napoletana, significa respirare ancora una volta quella che Beniamino Gigli definì (riferendosi proprio ai posteggiatori) «l’anima di Napoli».

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