Le stazioni dell’arte della Metropolitana di Napoli

Stazione "Toledo"
Le stazioni dell’arte della Metropolitana di Napoli – Stazione “Toledo”

Le stazioni dell’arte della Metropolitana di Napoli rappresentano alcuni dei “musei” più suggestivi della città. Si tratta di non-luoghi concepiti come spazi espositivi per opere d’arte contemporanea.

Sulla base di un progetto presentato nel 1995 dal Comune, le stazioni della linea 1 e 6 della metropolitana di Napoli sono state concepite nell’ottica di una riqualificazione di alcune aree del tessuto urbano del capoluogo campano e di una più agevole fruizione del trasporto pubblico che permetta, al contempo, di esporre e far conoscere al pubblico alcune importanti opere d’arte contemporanea.

Queste stazioni dell’arte della Metropolitana di Napoli possono essere considerate, dunque, come un complesso artistico-funzionale in grado di offrire ospitalità ad oltre duecento opere di giovani artisti locali emergenti e di artisti o di architetti di fama internazionale. Molti i riconoscimenti sino ad ora ottenuti, tra questi ricordiamo un articolo del New York Times del 2013 che definisce la “Subterranean Naples” come “brimming with art“.

A tutelare e a curare la manutenzione ed il restauro di questo patrimonio ci pensano Metronapoli, l’Accademia delle Belle Arti di Napoli e Metropolitana di Napoli.

Esaminiamo alcune stazioni da vicino.

Stazione “TOLEDO”

"Il Cavaliere di Toledo" (W. Kentridge)
“Il Cavaliere di Toledo” (W. Kentridge)

Progettata dall’architetto spagnolo Óscar Tusquets Blanca, la stazione “Toledo” è stata definita dal quotidiano inglese The Daily Telegraph la stazione della metropolitana più bella d’Europa. Lo spazio esterno e quello interno comunicano tra loro grazie alle strutture-lucernario che, dalla strada, catturano la luce solare convogliandola negli ambienti sottostanti. In prossimità dell’ingresso della stazione, all’incrocio con via Diaz, è possibile ammirare l’opera dell’artista sudafricano W. Kentridge:  “Il Cavaliere di Toledo“. L’opera, alta circa sei metri e in acciaio, si presenta come un grande naso a cavallo, questo perché pare che l’artista abbia tratto ispirazione da un racconto dello scrittore Nikolaj Vasil’evič Gogol’ il cui titolo è proprio “Il naso“. Dello stesso Kentridge anche due mosaici esposti all’interno della stazione. Uno di questi, quello del piano ammezzato dal titolo “Naples Procession“, rappresenta un corteo di sagome scure guidate da San Gennaro, patrono di Napoli.

"Naples procession" (W. Kentridge)
“Naples procession” (W. Kentridge)

Gli spazi interni della metro sono stati concepiti dall’architetto O. T. Blanca come una discesa nel sottosuolo cromaticamente scandita dal nero per la terra (allusione, tra l’altro, all’asfalto della città contemporanea), dall’ocra per il tufo partenopeo e dall’azzurro per il mare che è illuminato anche dalla presenza di numerosi LED. Si arriva, infine, ad una monumentale sala sotterranea, in cui domina la bocca ovale del “Crater de luz”, un grande cono che attraversa in profondità tutti i livelli in cui è articolata la stazione, collegando il piano della strada con la spettacolare hall costruita 40 metri sottoterra. Sulle pareti di questa hall “sommersa” è possibile ammirare le onde in rilievo progettate dallo stesso Óscar Tusquets Blanca, mentre, procedendo all’interno della galleria di passaggio, incontriamo i pannelli del mare di Robert Wilson: “By the sea… you and me”, ovvero light box a luce LED realizzati con la tecnica lenticolare.

"By the sea...you and me" (R. Wilson)
“By the sea…you and me” (R. Wilson)

 

Men at work” di Achille Cevoli è un’opera dedicata a tutti gli operai che hanno contribuito alla costruzione della metropolitana.

"Men at work" (A. Cevoli)
“Men at work” (A. Cevoli)

 

Infine, il corridoio sotterraneo dell’uscita per Montecalvario ha come protagonista Oliviero Toscani che è presente con due lunghi light-box che costeggiano i tapis-roulant. L’opera, intitolata “Razza Umana”, è parte di uno studio fotografico sulla morfologia degli esseri umani. Molte delle foto lì esposte sono state scattate in alcune nelle piazze di Napoli, altre in diversi luoghi d’Italia o del mondo, «per vedere come siamo fatti, che faccia abbiamo, per capire le differenze. Prendiamo impronte somatiche e catturiamo i volti dell’umanità.» (O. Toscani).

 

"Razza umana" (O. Toscani)
“Razza umana” (O. Toscani)

 

Stazione “DANTE”

 

Stazione "Dante"
Stazione “Dante”

Tra le stazioni dell’arte della metropolitana di Napoli va ricordata anche questa. Il progetto della realizzazione della stazione “Dante” fu affidato a Gae Aulenti, grande architetto italiano del secolo scorso che curò anche la risistemazione urbanistica dell’omonima piazza, rispettandone l’originario impianto settecentesco. In tal senso, gli ingressi alla stazione Dante sono stati concepiti in cristallo trasparente e acciaio per garantire la piena visibilità dell’emiciclo, il cosiddetto Foro Carolino così come realizzato da Luigi Vanvitelli.

 

Piazza Dante
Piazza Dante

La stazione Dante, inaugurata nel 2002, ospita al suo interno le opere di grandi artisti dell’arte contemporanea internazionale. Tra questi spiccano i nomi di Carlo Alfano, Joseph Kosuth, Jannis Kounellis, Michelangelo Pistoletto e Nicola De Maria. Vediamo alcune di queste interessanti opere.

Carlo Alfano

Nell’atrio della stazione è possibile ammirare due opere di questo grande pittore napoletano che, grazie ad uno stile del tutto originale, riuscì a sottrarsi a qualsiasi tipo di etichettatura e a non appartenere ad alcuna corrente della seconda metà del XX secolo.

La prima opera “Frammenti di un autoritratto anonimo” (1972; acrilico su tela) rientra in una serie di “autoritratti anonimi” iniziata nel 1969 e continuata fino alla morte dell’artista. Si tratta di una vera e propria trascrizione del suono in segni. Il nero rappresenta il silenzio, uno spazio anonimo, dal quale poi nasce la parola e la scrittura. «Adopero un modo convenzionale di scrivere il tempo mediante una linea numerica progressiva orizzontale, secondo una linearità che va da 1 a 2. Queste serie lineari sono interrotte, secondo la struttura generale del senso che voglio dare al quadro, da brevi frasi, da vuoti e da silenzi. Il senso di ogni frammento – come del grande frammento che è il quadro – non è quello di comunicare una serie di concetti compiuti o di una linearità del tempo; mi interessa cogliere del tempo le sue circolarità, i suoi arresti, le sue velocità. Tra le unità dei secondi (il segno che ho scelto per indicare il tempo) mi interessa il lento affacciarsi della parola, le tensioni delle sue regole, i conflitti e le esclusioni dei suoi movimenti soggettivi, prima che la parola raggiunga quella pienezza che riempirà il silenzio.» (C. Alfano).

"Frammenti di un autoritratto anonimo" (C. Alfano)
“Frammenti di un autoritratto anonimo” (C. Alfano)

La seconda opera di Alfano che s’incontra all’interno della stazione Dante è: “Luce-grigio” (1982; acrilico, grafite e filo su tela). In questo caso, il tema trattato dall’artista è quello del passaggio dalla vita alla morte che si condensa nella piccola figura in caduta come quella della celebre “Tomba del tuffatore” di Paestum. Dal nero della tela emerge l’autoritratto dell’artista come a voler suggerire una riflessione sulla precarietà dell’esistenza umana e dell’arte stessa.

“Luce-grigio” (C. Alfano)

 

Joseph Kosuth

Sempre nell’atrio della stazione Dante ci si imbatte in un’altra opera di un artista statunitense  considerato tra i padri fondatori dell’arte concettuale: Joseph Kosuth. Tra le sue varie opere, l’artista si distingue per quelle realizzate con i neon, impiegati con un chiaro rimando al mondo della pubblicità. Spesso, come nel caso dell’opera presente nella stazione Dante e intitolata “Queste cose visibili“, Kosuth si serve di neon tubolari per “scrivere” frasi tratte da opere di celebri filosofi e letterati. Nel caso della stazione dell’arte “Dante”, il passo scelto dall’artista è tratto dal Convivio di Dante Alighieri:

«Lo calore e la luce sono propriamente: perchè solo col viso comprendiamo ciò, e non con altro senso. Queste cose visibili, sì le proprie come le comuni in quanto visibili, vengono dentro a l’occhio – non dico le cose, ma le forme loro – per lo mezzo diafono, non realmente ma intenzionalmente, si quasi come in vetro trasparente. E ne l’acqua ch’e ne la pupilla de l’occhio, questo discorso, che  fa la forma visibile per lo mezzo, si si compiute, perchè quell’acqua è terminata. Quasi come specchio, che è vetro terminato con piombo -, si che passar più non può, ma quivi, a modo d’una palla, percossa si ferma; si che la forma, che nel mezzo trasparente non pare (ne l’acqua pare) lucida e terminata

"Queste cose visibili" (J. Kosuth)
“Queste cose visibili” (J. Kosuth)

 

Jannis Kounellis

Esponente della cosiddetta “Arte Povera”, J. Kounellis, scomparso nel 2017, era un pittore e scultore greco che ha trovato nel piano intermedio della stazione Dante a Napoli uno spazio espositivo per una delle sue opere.

"Senza titolo" (J. Kounellis)
“Senza titolo” (J. Kounellis)

 

Al centro della sua opera – che si presenta come un insieme di lamiere e di putrelle che richiamano alla mente dei binari e tra i quali sono incastrati oggetti vari (scarpe, un trenino giocattolo, un soprabito con un cappello) – vi è il tema del viaggio come condizione esistenziale. L’artista vuole, quindi, fare riferimento al fluire continuo di passeggeri e, di conseguenza, alle loro “esistenze”.

 

Michelangelo Pistoletto

Un altro esponente di spicco dell’ Arte Povera è proprio M. Pistoletto che, nella stazione Dante (lungo le scale mobili), presenta la sua opera: “Intermediterraneo” (2001; dipinto su specchio in metracrilato).

"Intermediterraneo" (M. Pistoletto)
“Intermediterraneo” (M. Pistoletto)

L’opera è costituita da frammenti di un grande specchio tenuti insieme da una rete di linee rosse e nere che riproducono il profilo del Mediterraneo. Secondo l’artista: «Lo specchio del Mare Mediterraneo riflette le origini delle civiltà orientali, europee e nordafricane. Nello stesso specchio si rifletterà la civiltà di domani.»

Nicola De Maria

Artista e pittore italiano, De Maria è un esponente della Transavanguardia italiana teorizzata da Achille Bonito Oliva. La sua attività si concetra maggiormente sull’astrattismo e su una pittura che sembra entrare in relazione con lo spazio circostante. L’opera che va ad impreziosire il piano intermedio della stazione Dante è: “Universo senza bombe, regno dei fiori, 7 angeli rossi” (2001; mosaico in pasta vitrea).

"Universo senza bombe, regno dei fiori, 7 angeli rossi" (N. De Maria)
“Universo senza bombe, regno dei fiori, 7 angeli rossi” (N. De Maria)

Si tratta di un insieme di forme geometriche su fondo azzurro che sembra voler accogliere il passeggero-visitatore in un’atmosfera gioiosa quasi a voler soddisfare quel bisogno di felicità che accomuna tutti gli esseri viventi.

Stazione “MUSEO”

Stazione "Museo"
Stazione “Museo”
Stazione "Museo"
Stazione “Museo”

 

 

 

 

 

 

 

Anche per questa stazione dell’arte della metropolitana di Napoli come per la precedente (la stazione “Dante”), il progetto fu affidato all’architetto Gae Aulenti. In questo caso, però, gli spazi della stazione si presentano come una sequenza di volumi essenziali realizzati con materiali e colori che rimandano all’edificio del vicino Museo Archeologico. Molteplici le riproduzioni di opere antiche ed i richiami all’arte antica che trovano spazio in questa meravigliosa stazione della metropolitana di Napoli e che sembrano voler dare al passeggero un’anticipazione dei tesori costuditi all’interno del MANN (Museo Archeologico Nazionale Napoli).

Calco dell'Ercole Farnese
Calco dell’Ercole Farnese

La prima opera che è possibile incontrare nell’atrio della stazione Museo è il calco dell’Ercole Farnese in vetroresina, realizzato dall’Accademia di Belle Arti di Napoli. Si tratta della fedele riproduzione della statua in marmo del II secolo d.C. conservata nel MANN. La scultura mostra Ercole appoggiato alla clava sulla quale è presente la pelle del leone di Nemea, ucciso dall’eroe nella prima delle sue dodici fatiche. Nella mano destra, invece, Ercole tiene stretti i pomi d’oro rubati dal giardino delle Esperidi.

Calco della Testa Carafa
Calco della Testa Carafa

Il calco della Testa Carafa è una copia della testa di cavallo in bronzo donata da Lorenzo il Magnifico a Diomede Carafa nel 1471. Originariamente la testa fu collocata dal Carafa nel cortile del suo palazzo di via San Biagio dei Librai dove rimase fino agli inizi del XIX secolo quando fu spostata all’interno del Museo Archeologico.

"Atleti dalla Villa dei Papiri" (M. Jodice)
“Atleti dalla Villa dei Papiri” (M. Jodice)

Negli scatti di Mimmo Jodice sono rappresentate, invece, sculture di Atleti e Danzatrici provenienti dalla Villa dei Papiri di Ercolano ed esposte sempre all’interno del MANN. In queste stampe, grazie ad un sorprendente gioco di luci ed ombre, le statue sembrano prendere vita ed invitare lo spettatore a calarsi in un’atmosfera magica che di contemporaneo sembra aver ben poco.

"Anamnesi" (M. Jodice)
“Anamnesi” (M. Jodice)

Anamnesi” è un’altra opera di Mimmo Jodice collocata lungo uno dei corridoi della stazione “Museo”. Si tratta di fotografie di volti del passato, che rimandano alle origini della cultura del Mediterraneo. Anche in questo caso i volti sembrano prendere vita con i loro occhi spalancati, le bocche aperte. Ancora una volta Jodice riesce a creare un ponte tra passato e presente e rimandarci alle origini della nostra cultura.

"Laocoonte"
“Laocoonte”

La riproduzione in bronzo del Laocoonte (eccezionale esempio di arte ellenistica) – l’originale in marmo si trova all’interno dei Musei Vaticani mentre l’antico calco in gesso è conservato presso l’Accademia di Belle Arti di Napoli – è stata realizzata dalla Fonderia Chiurazzi. Alle spalle dell’opera troviamo grandi fotografie di M. Jodice che riproducono dettagli dell’imponente scultura. L’originale attribuito ad Agesandros e ai suoi figli Athenodoros e Polydoros, fu rinvenuto a Roma nel XVI secolo e subì diversi importanti interventi di restauro. La scultura rappresenta il sacerdote troiano Laocoonte soffocato insieme ai figli da serpenti marini mandati da Atena. La dea, infatti, parteggiando per i Greci, ordinò la morte del sacerdote che aveva consigliato ai suoi concittadini di non far entrare nella città il famoso cavallo che, come sappiamo, sarebbe stato la causa della distruzione di Troia.

"Stazione Neapolis"
“Stazione Neapolis”

La “Stazione Neapolis” si trova nel corridoio di collegamento con il Museo Archeologico Nazionale. Si tratta di uno spazio museale desitinato all’esposizione dei reperti archeologici rinvenuti durante gli scavi per la costruzione delle stazioni Toledo, Municipio, Università e Duomo. L’ingresso è gratuito e l’esposizione è aperta tutti i giorni (tranne il martedì) dalle 9.00 alle 20.00. Numerosi i reperti in mostra riferibili a diverse epoche e culture che hanno caratterizzato la storia di Napoli. Tra questi ne ricordiamo  solo alcuni: un calco di arature di età neolitica rinvenuto nei pressi della stazione Toledo, molti reperti rinvenuti in Piazza Municipio e un’epigrafe marmorea con i nomi dei vincitori delle Isolimpiadi.

Nel corridoio di collegamento della linea 1 con la linea 2, invece, troviamo diverse opere di alcuni artisti italiani.

Luciano D’Alessandro

Giornalista e fotografo napoletano. Nella sua attività ha portato avanti un’incessante ricerca che ha come centro la condizione dell’uomo, la vita degli umili e degli emarginati. Nelle fotografie di D’Alessandro vi è la volontà di svelare la solitudine profonda dell’uomo. In questa stazione metropolitana il giornalista-fotografo è presente con ben nove opere. Tra queste: “Il disoccupato“, “Manifestazione per il lavoro“, “Pesce azzurro” e “Banco dei pegni“.

Alcune delle opere di Luciano D'Alessandro. Da sinistra: "Il disoccupato","Manifestazione per il lavoro", "Barca da pesca", "Banco dei pegni".
Alcune delle opere di Luciano D’Alessandro. Da sinistra: “Il disoccupato”,”Manifestazione per il lavoro”, “Barca da pesca”, “Banco dei pegni”.

 

Fabio Donato

Fotografo napoletano, il senso della sua attività è ben espresso dalle sue stesse parole: «La fotografia serve a produrre pensiero. Attraverso il mio linguaggio soggettivo instillo il dubbio. Il dubbio è la base della vita. Sperimento il mio linguaggio col disorientare il pubblico. Il fine è produrre pensieri». Le prime tre opere di Donato esposte nella stazione “Museo” testimoniano lo stretto legame tra l’artista e il mondo del teatro napoletano. Ad essere ritratti: il gallerista Lucio Amelio davanti alla celebre opera di A. Warhol “Fate presto“; il drammaturgo Eduardo De Filippo; l’attore Mariano Rigillo mentre interpreta Masaniello (1976).

Da sinistra: "Fate presto", "Eduardo", "Masaniello" (F. Donato)
Da sinistra: “Fate presto”, “Eduardo”, “Masaniello” (F. Donato)

Fabio Donato è presente nella stazione “Museo” anche con un’altra sua opera: “India ’70“, risultato di un viaggio in India estremamente formativo per l’artista. Si tratta di una serie di scatti a polpacci e piedi, in bianco e nero, ad altezza naturale che, negli anni Settanta del secolo scorso, andarono ad arricchire le pareti di Guida a Portalba, storica libreria e circolo culturale.

"India '70" (F. Donato)
“India ’70” (F. Donato)

 

Raffaela Mariniello

L’artista, attraverso le fotografie esposte nella stazione “Museo”, immortala oggetti che sembrano godere di una loro autonoma bellezza. L’attenzione dell’osservatore cade sul particolare. Con queste installazioni è evidente la presa di distanza dell’artista dalla fotografia più tradizionale.

Per approfondimenti:

http://www.raffaelamariniello.it/#home

Natura morta "Cassettiera"; Natura morta "Infissi" (R. Mariniello)
Natura morta “Cassettiera”; Natura morta “Infissi” (R. Mariniello)

Related posts: